Il Brasile ha un territorio di dimensioni continentali, con 8.500.000 km2 di territorio, 600 milioni di ettari coltivabili e la possibilità di 3 raccolti all'anno. Il più grande problema del Brasile è di non aver mai conosciuto un qualsiasi tipo di riforma agraria e, per questo, la maggior parte delle sue terre sono inutilizzate.
Tra i 32 milioni di brasiliani miserabili, obbligati a sopravvivere con un reddito mensile inferiore a 30 dollari e i 51,4 milioni di poveri che tirano avanti con un reddito mensile inferiore a 60 dollari, ci sono esempi di come gli oppressi possano diventare soggetti della storia, credendo che, come dice la canzone, "chi ne è capace provoca l'occasione, non aspetta che arrivi". (Frei Betto, gennaio 2001)
L’ORIGINE DEL LATIFONDO (Dal testo di J.P.Stedile, dirigente del MST e di Via Campesina)
Dobbiamo considerare che i latifondi sono tutte le grandi proprietà private di terra che nel nostro paese, per appropriarsi di un bene di natura chiudono con recinzioni, impongono un falso concetto di diritto assoluto di proprietà, e sottomettendosi alla sola volontà del suo proprietario legale, si caratterizzano come un peccato, una forma di organizzazione dei beni di natura all’interno della nostra società.
D. Pedro Casaldàliga, poeta e profeta del nostro tempo, a volte affermava che “Terra è mais do que terra”. Quando una persona nella nostra società si trasforma in proprietaria terriera, non sta solamente esercitando un diritto di proprietà privata. Non si sta solamente appropriando di un bene di natura che, a rigore, dovrebbe essere a servizio del bene comune della società intera, in modo che i frutti della sua produzione generino una maggiore ricchezza e benessere per la maggioranza della popolazione. La terra nella nostra società si trasformò in una merce falsa. Si sa che, nel pensiero dell’economia politica, la terra non è un mezzo di produzione. Essa non è il frutto del lavoro umano, essa non è lavoro accumulato. Essa è solo un bene di natura, come l’acqua, o il vento, o il sole, nella quale l’uomo può, attraverso la forza lavoro, creare benefici, e che può modificare in modo da produrre beni di consumo e merci. Tuttavia, poiché la terra è un bene di natura finito e non si moltiplica né si ricrea, l’uomo istituì la proprietà privata, non come una merce, ma come una forma di garantirsi il diritto di ricavarne un profitto, che sarebbe il risultato della forza lavoro esercitata sulla stessa. La proprietà della terra stabilisce anche le relazioni sociali tra le persone nel centro rurale. Chi non possiede terra diventa un pària della società. Si trasforma in ostaggio di chi possiede molta terra. Deve sottomettersi a lui, procurarsi il “favore” di avere un posto dove poter lavorare. E se il proprietario gli concede di vivere sulla terra, o di costruirsi una piccola abitazione, aumenta ancora di più la sua dipendenza e la sua subordinazione. Un bracciante, un senza terra, non è una persona, non è un cittadino. Deve sottomettersi completamente alla volontà del padrone, il signore assoluto della terra.
La proprietà terriera in Brasile ha un carattere culturale molto accentuato. Le elites brasiliane hanno dietro di sé 400 anni basati su un modello di esportazione agricola, così la nostra società è nata come società agricola ed esportatrice. Al contrario di ciò che successe in Europa e nei paesi dell’emisfero Nord, dove l’industrializzazione risale alle origini della rivoluzione industriale del 1750, qui, a rigore, il processo di industrializzazione cominciò a svilupparsi a partire dalla rivoluzione del 1930. Pertanto, le radici delle elites che influenzarono l’intera società brasiliana sono piantate nella proprietà terriera. Proprietà che si mescola con la cittadinanza, con il potere e col prestigio, ossia con l’elite.
Le origini
Prima della conquista europea nel 1500, la proprietà della terra non era privata. Era solo un bene di natura utilizzato collettivamente da tutti i membri dei diversi popoli. I brasiliani primitivi che vivevano qui trattavano la terra alla stregua di un bene comune, che tutti avevano il diritto di coltivare per sopravvivere.
L’arrivo degli europei colonizzatori determinò in seguito la rottura di questo sistema, poiché uno degli obbiettivi della colonizzazione era di impadronirsi dei beni esistenti, specialmente della terra e delle risorse naturali, miniere e foreste. Il Portogallo passò da quel momento a gestire i beni di natura secondo le sue leggi.
La prima forma di distribuzione della terra furono le Compagnie Ereditarie: durante il periodo coloniale e fino alla fine del diciannovesimo secolo prevalse questo sistema per il quale la terra era un bene appartenente alla Corona portoghese, con concessione d’uso a coloro che fossero disposti a coltivarla e che ne avessero avuto le possibilità (risorse per l’acquisto di schiavi ecc.) e in cambio di prestazioni di servizio. Le terre venivano destinate alla coltivazione di prodotti agricoli da esportazione, nella forma di monocolture da canna di zucchero, caffè, allevamento intensivo di bestiame, cotone e cacao e venivano coltivate con l’utilizzo di mano d’opera di schiavi neri o indigeni.
Nella metà del diciannovesimo secolo il Brasile passò attraverso grandi trasformazioni sociali. La lotta degli schiavi neri crebbe. Preoccupata per le pressioni e intuendo l’inevitabilità della liberazione degli schiavi, la Corona pensò di attuare una legislazione sull’acquisizione della terra in Brasile.
D’altra parte in Europa, nello stesso periodo, le tensioni sociali si aggravavano in una crisi generalizzata nello stesso campo, per la scarsezza di terre e per l’esistenza di una moltitudine di contadini senza terra. Cominciò allora a diffondersi in Europa l’idea che l’unica via di uscita fosse la migrazione verso nuovi continenti. Fra i contadini poveri, la migrazione verso il continente americano si impreziosiva con il sogno di possedere la terra. Perciò, l’idea di emigrare nelle Americhe si univa a quella di avere la terra, e non semplicemente di venire per lavorare come salariati o affittuari e mezzadri, che era ciò che già facevano in Europa.
Fu in questo contesto che D. Pedro II promulgò la legge n. 601 del 18 settembre 1850, conosciuta come la prima Legge sulla Terra in Brasile, che definiva la forma costitutiva della proprietà privata della terra in Brasile; fino a quel momento il diritto di proprietà era riservato alla corona. Gli utilizzatori detenevano solamente la concessione d’uso e non la proprietà legale. Così, la legge del 1850 determinava che poteva essere considerato proprietario di terra solamente chi legalizzasse la propria terra in un archivio ufficiale, pagando una certa somma di denaro alla Corona.
Questa legge discriminò i poveri e impedì che gli schiavi, una volta liberati, potessero avere accesso agli immensi territori pubblici e Potessero legalizzare la proprietà, poiché né i poveri, né i negri avevano i mezzi per pagare e per acquistare dalla Corona.
E’ per questa ragione che, dopo il processo di liberazione degli schiavi nel 1888, la maggior parte dei neri liberati si diresse verso le città, sebbene vivessero nei campi. Anche nelle città non poterono diventare proprietari dei terreni per costruire le loro case, ed è questa l’origine delle favelas nelle città brasiliane alla fine del 19° secolo, specialmente a Salvador, Recife e Rio de Janeiro.
La principale conseguenza sociale della Legge sulla Terra del 1850 fu che i poveri e i negri restarono nella condizione di senza-terra e che legalizzò sotto forma di proprietà privata le grandi estensioni territoriali nella forma di latifondo. Tutti gli antichi concessionari della Corona, con l’entrata in vigore della Legge sulla Terra, corsero agli archivi pubblici o alle case parrocchiali che conservavano i registri, pagarono una certa somma e legalizzarono i loro possedimenti. Così, immense aree di terra, prima di proprietà comune indigena e in seguito appropriate dalla Corona venivano finalmente privatizzate nelle mani dei grandi signori, che si trasformarono da amici della Corona in signori della terra, i latifondisti. Questa legge sulla terra regolamenta ancora oggi l’accesso alla proprietà di terre pubbliche. Ovvero, i latifondisti si appropriano di immense aree di terre pubbliche che ancora esistono nella regione Centro-ovest e nella regione Amazzonica, in seguito presentano false prove di esserne in possesso, come se fosse possibile per un’unica persona mantenere possesso e produzione di queste immense aree. Infine, a partire da ciò ne rivendicano la proprietà pagando una piccola tassa al governo, e così facendo legalizzano la proprietà privata di queste immense estensioni di terra. Tant’è che l’80% dei proprietari
nello stato del Mato Grosso del Sud risiedono a San Paolo.
E una società che poggia le sue basi sul latifondo dà impulso alle disuguaglianze sociali e diffonde la povertà nei centri rurali. E di conseguenza l’esodo dalle campagne, che è un effetto inevitabile, estende questa disuguaglianza nelle città.
Il modello di esportazione agricola
Nel periodo tra il 1500 e il 1900, per 400 anni restò in vigore un modello economico che basò l’organizzazione la società brasiliana unicamente sulla produzione di prodotti agricoli per l’esportazione: canna da zucchero, caffè, cacao, cuoio da allevamento intensivo, cotone.
Per lo sviluppo di queste monocolture da esportazione c’era bisogno di grandi estensioni di terra, e ancor di più per il fatto che il lavoro non era salariato o da mezzadri (come nel feudalesimo europeo) ma eseguito dagli schiavi.
Questo modello esportatore che sta alle radici della società brasiliana entrò in crisi tra il 1900 e il 1930. La ragione della crisi fu la coincidenza di diversi fattori, tra i quali: la crisi della prima guerra mondiale, che ridusse le esportazioni agricole, il calo internazionale del prezzo del caffè e, soprattutto, il fatto che quel sistema non permetteva più di produrre i beni necessari alla domanda della società brasiliana.
La rivoluzione del 1930: il nuovo modello economico
La crisi scatenata dall’incapacità dell’agricoltura esportatrice di sostenere lo sviluppo del paese venne chiamata “Rivoluzione del 30”, che istituì un nuovo modello economico: l’industrializzazione del paese. Ma questo nuovo sistema non tagliò le radici con la struttura economica del paese. Infatti il potere politico stava ancora per lo più nelle mani delle elites industriali e resistevano i legami con le oligarchie rurali che, al contrario di quello che successe con i signori feudali in Europa, persero il potere politico ma non le terre.
D’altra parte, una quota crescente di contadini senza terra che venivano tagliati fuori dalla concentrazione della proprietà terriera si trasferirono nelle città, attratti dalla possibilità di diventare operai. Questa mano d’opera abbondante e a buon mercato andò a formare un esercito di riserva per l’industria di origine contadina.
Nel periodo fra il 1930 e il 1980 in Brasile mutò radicalmente la struttura residenziale della popolazione. Prima, l’80% della popolazione era localizzata nei centri rurali; ora, dopo decenni di industrializzazione, l’80% della popolazione vive o si sta ammassando nelle grandi metropoli.
un’aggravante: inversamente a un processo di urbanizzazione lento e graduale, distribuito in centinaia di piccole città, in Brasile l’esodo rurale si è diretto verso i grandi agglomerati urbani. Così, i problemi delle grandi metropoli brasiliane come l’emarginazione sociale, la carenza di abitazioni e la mancanza di lavoro hanno origine nel vizio del mantenimento del latifondo.
In questo nuovo sistema produttivo il plusvalore ottenuto dall’aristocrazia urbana attraverso il settore commerciale, le esportazioni, l’industria e la finanza sono investiti, in parte, nell’acquisto di grandi estensioni di terra. Perciò i grandi istituti di credito come Bradesco, Itaù, Bamerindus (al tempo) Safra ecc. si trasformarono in proprietari di enormi estensioni territoriali, con 200, 300 mila ettari ciascuno. Anche settori industriali di punta come Volkswagen e Pirelli diventarono grandi proprietari di terre, al punto che secondo i registri statistici dell’INCRA* le persone giuridiche
ovvero sia le imprese - in particolare di origine straniera – risultano essere proprietari in Brasile di più di 30 milioni di ettari di terra. Così, oltre all’oligarchia rurale agroesportatrice di origine coloniale, ora appare allo scenario una borghesia agraria, grande proprietaria terriera, che mescola i propri interessi nell’agricoltura, nel commercio, nella finanza e nell’industria. In questa prospettiva di classe, la borghesia industriale in Brasile non ha nessun interesse a realizzare la riforma agraria per sviluppare il mercato interno, perché dovrebbe espropriare le terre di sua proprietà.
La concentrazione della proprietà in Brasile
Nel periodo più recente tra il 1995 e il 2002 si è stabilito in Brasile un nuovo modello economico che ha subordinato l’economia brasiliana al capitale straniero e al capitale finanziario. Questo andamento ha accelerato ancora di più la concentrazione della proprietà terriera, il processo di privatizzazione con l’acquisizione di maggiori territori da parte di imprese straniere, e una maggiore subordinazione della proprietà agricola verso i gruppi economici industriali/finanziari. Il grado estremo della disuguaglianza della proprietà della terra in Brasile è ancora più evidente se analizziamo, per esempio, le fattorie con più di 50.000 ettari. Sono un affronto perché hanno un’estensione pari a quelle di un municipio.
Ebbene, nel 1992 c’erano in Brasile 181 fattorie sopra i 50.000 ettari Nel 1998 passiamo a 262 fattorie con queste dimensioni, e l’area totale controllata arriva a 40 milioni di ettari. E’ come se un’estensione superiore allo stato di S. Paolo appartenesse a solo 262 fazendeiros!
Inoltre, le proprietà superiori a 1000 ettari, che controllano la metà delle terre nel paese, dedicano alla coltivazione solo 6 milioni di ettari.
Il lavoro e l’impiego di mano d’opera in agricoltura
Nei paesi poveri e del terzo mondo il settore agricolo ha sempre un’importanza fondamentale per creazione di posti di lavoro e per l’assorbimento della mano d’opera disponibile. Perciò, l’agricoltura può essere una strada per garantire il lavoro alla popolazione.
Studiando i risultati del Censo Agropecuàrio, si osserva che negli ultimi dieci anni il numero di lavoratori impiegati in agricoltura è diminuito da 23 milioni (1985) ad appena 17,9 milioni cioè del 23%.
Le medie proprietà, in generale produttive, che possiedono tra 100 e 1.000 ettari, occupano il 15% della mano d’opera, e i latifondi sopra i 1.000 ettari danno lavoro a solo il 4% dei 17 milioni di lavoratori che vivono di agricoltura.